29 Febbraio 2024

IL DILEMMA ISRAELIANO: STERMINIO O NASCITA DI UNA NAZIONE PALESTINESE ?

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Israele sta forse attraversando il periodo più difficile della sua storia recente, quella dal 1945 in poi.
Non ha mai potuto vivere in pace ed è sempre stato in conflitto con le popolazioni arabe che lo circondano, ma ne è sempre uscito bene, è cresciuto, economicamente e militarmente, ma è anche cresciuta l’ostilità araba nei suoi confronti. Quando gli ebrei della diaspora ritornarono nelle terre degli avi, dopo il 1945, queste erano popolate, come in passato, da tribù arabe di diversa origine, che popolavano quei deserti sottoposti alle diverse dominazioni, da quella turca a quelle coloniali europee.

Le popolazioni di tutte queste tribù non esprimevano una singola NAZIONE, con tutto quello che implica questa terminologia: erano agglomerati tribali di genti che popolavano il Nord Africa dalla notte dei tempi. Gli insediamenti ebraici nella regione determinarono, come era naturale e prevedibile che fosse, una reazione di espulsione da parte delle tribù insediate in quei territori, non diversamente da quanto accadde secoli prima in America, tra i nativi ed i nuovi arrivati europei. La reazione, qui, fu aggravata da motivi religiosi: musulmani contro ebrei, ma anche in assenza di un conflitto di ordine religioso non credo che le cose sarebbero andate molto diversamente.

Ciò che caratterizza da sempre i popoli nativi di queste regioni è la frammentazione, le differenze etniche e culturali, quando non anche religiose, e le aggregazioni identitarie di gruppuscoli sotto forma tribale. Si tratta di una espressione sociale umana diffusa in tutto il mondo in epoche storiche, a cui hanno poi fatto seguito col passare del tempo aggregazioni più consistenti, capaci di far superare le appartenenze tribali per arrivare a costituire delle NAZIONI, con una propria identità che poi si è consolidata nel corso del tempo.
Ma non in Palestina.

L’Egitto esprime una NAZIONE con una storia di stampo imperiale da millenni, ma non altre popolazioni di quelle regioni, non tutte, almeno. Quindi gli ebrei, come gli europei prima di loro in America, si insediarono nei territori della Palestina come coloni, memori, però, della loro storia, delle loro origini, e del significato storico e religioso di luoghi come Gerusalemme, e tanti altri. E nacque lo Stato di Israele, espressione formale e riconosciuta della Nazione ebraica in quei territori. Un sentimento nazionale facile da raggiungere, per motivi di ordine religioso, essendo i soli al mondo a seguire la tradizione della prima religione monoteistica comparsa sul pianeta, descritta in un libro, la Bibbia, che è prima di tutto il libro di Storia degli ebrei, e poi anche la raccolta delle loro dottrine religiose.
Oggi Israele è in guerra con le popolazioni arabe di Palestina, quelle insediate da tempo nella cosiddetta Striscia di Gaza, senza dimenticarne altre, dislocate in Cisgiordania.

L’attacco bestiale di Hamas a cittadini israeliani inermi, sul suo territorio, ha scatenato una feroce reazione israeliana, che ha come obiettivo dichiarato, a questo punto la distruzione totale di Hamas, allo stesso modo in cui, per Hamas, ma non solo per loro, la distruzione totale di Israele è il primo comandamento del Corano. Le due posizioni sono antitetiche e non negoziabili.
Ed eccoci al dilemma: quanti sono i militanti di Hamas? Erano relativamente pochi, alle origini, ma poi sono cresciuti nel corso del tempo. E CHI sono i militanti di Hamas? Solo quelli inquadrati militarmente, o anche quelli che li sostengono in forme diverse, anche se non hanno ancora il mitra in mano?
E per quanti militanti di Hamas verranno uccisi, quanti ne rinasceranno tra le fila palestinesi?

Siamo sinceri: qualsiasi arabo che abbia vissuto la tragedia in corso può soltanto desiderare la scomparsa di Israele dalla faccia del pianeta, dimenticando interamente da cosa tragga origine la tragedia che stanno vivendo. Quindi per Israele la soluzione definitiva sarebbe soltanto quella dello sterminio di massa di queste popolazioni, uomini, donne e bambini, come si faceva secoli e millenni or sono. Eradicare una cultura sino all’ultimo dei suoi componenti, sino a cancellarne, se possibile, persino la memoria.
Ma è realistico immaginare una simile soluzione? No: non lo è.

Tuttavia Nethaniau sa benissimo che sino a quando un solo bambino palestinese resterà in vita quello sarà, da adulto, un terrorista pronto a colpire Israele. Quel bambino non ha altra scelta. Quindi a che scopo continuare in questa guerra di sterminio che produce tanti morti tra i militari israeliani ed una valanga di morti e feriti tra la popolazione di Gaza? Per impedire che nasca, adesso, una Nazione Palestinese, quindi un nemico ancora più forte, perché coeso, perché dotato di una coscienza nazionale prodotta dal dolore devastante della guerra.
Il dolore unisce, sempre; non divide.

Una Nazione Palestinese in un’area geografica comunque ostile ad Israele, non lascia agli ebrei alcuna prospettiva di futuro in quei territori. La vecchia favola dei due popoli e due stati propagandata dagli occidentali, ma rigettata da Hamas, esprime una presa in giro scoperta, perché uno Stato Palestinese non diventa solo per questo, per il suo riconoscimento internazionale, meno ostile ad Israele, anzi, una tale condizione, specie dopo tutto quello che sta succedendo, ne rafforza il ruolo di leadership nella Jihad contro il popolo ebraico, sino alla sua definitiva espulsione dal continente africano, chiamando a raccolta tutti gli stati arabi della regione, cioè esattamente quello che era, e resta, l’obiettivo dichiarato di Hamas.

Qualsiasi cosa faccia, Israele sbaglia:
– non può sterminare TUTTI i palestinesi, perché tecnicamente, eticamente e politicamente impraticabile. Se lo facesse la Shoah verrebbe dimenticata, o peggio, reinterpretata, con la caccia all’ebreo e la sua eliminazione, ovunque si trovi nel mondo, e non solo da parte dei musulmani, ma anche da parte di altre formazioni ideologiche in tutti i paesi del mondo. L’antisemitismo è ben lungi dall’essersi estinto.
– non può interrompere le operazioni militari sino a quando rimarrà in piedi anche un solo combattente di Hamas, sino a quando verrà sparato anche un solo missile, anche un solo proiettile, dai territori di Gaza, e forse anche della Cisgiordania. E se anche il territorio di Gaza venisse sterilizzato, con una pulizia etnica di espulsione totale dei suoi precedenti abitanti, ovunque questi si raccolgano, resteranno espressione, ormai, di quella coscienza nazionale palestinese votata alla morte pur di espellere TUTTI gli ebrei dalla Palestina.

Insomma, tutto questo ha prodotto, io credo, la nascita di una coscienza nazionale palestinese, se già non si era formata prima, e quindi di un Popolo Palestinese omogeneo, legittimamente alla ricerca del proprio territorio, e di un riconoscimento internazionale che sin qui era mancato.
Una sconfitta per Israele, una vittoria per Hamas.
Alternative a questi scenari? Io non ne scorgo.

Ing. Franco Puglia

8 febbraio 2024

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