25 Maggio 2024

IL COMUNISMO E LA CULTURA DELLA COMPETIZIONE

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E’ di questi giorni, mentre sto scrivendo, una polemica scatenata da un’esternazione del Generale Vannacci, che ha scatenato reazioni negative a sinistra, ovviamente, ma anche prese di distanza a destra. Sto parlando della proposta di istituire classi differenziate nelle scuole, in base alle capacità dimostrate dagli studenti lungo il corso degli studi.
E’ una proposta che io condivido, non solo, è anche una mia posizione tutt’altro che nuova, tutt’altro che recente, e di cui ho anche avuto modo di discutere con amici che lavorano nella scuola, incontrando il loro dissenso.
Ma dire questo non basta: bisogna anche spiegare perché.

La “competizione” è nell’ordine delle cose, è il motore della vita stessa sul pianeta.
Tutte le forme di vita, vegetali ed animali, COMPETONO per la sopravvivenza, ed alcune soccombono mentre altre hanno successo. Le forme di vita che conosciamo oggi sono quelle che hanno avuto successo nel corso dell’intera vita del pianeta; molte altre si sono estinte.
In campo umano NON è diverso: gli esseri umani competono per la propria sopravvivenza da quando sono comparsi sulla faccia del pianeta, ed è stata una competizione di grande successo, anche troppo, sia per l’eccessiva proliferazione della specie umana sia per i danni che ha prodotto, anche portando alcune altre specie verso l’estinzione. La competizione è spesso sanguinosa: nel mondo animale molte specie, a partire dai pesci, sopravvivono predando altre specie, in un equilibrio tra capacità di predazione e capacità riproduttiva dei predatori e delle prede. Nell’ambito umano non è stato, ed ancora non è, molto diverso: la storia umana è irrorata del sangue versato, la competizione si è sviluppata sin dalle prime organizzazioni tribali, per giungere trasformata ai giorni nostri, ma senza che i conflitti, anche sanguinosi si siano esauriti. Queste non sono opinioni, ma realtà incontestabile, nuda e cruda.

Gli aspetti sanguinosi della competizione umana hanno tuttavia fatto sì che nel corso del tempo i popoli si siano dati delle regole comuni, volte a limitare gli effetti della competizione, almeno quelli sanguinosi o peraltro violenti. La competizione è stata anche ritualizzata attraverso lo sport, sin dai tempi della Grecia antica, e poi con i Romani, sino ai giorni nostri. Nello sport VINCONO I MIGLIORI, quelli con doti fisiche innate più performanti, quelli che si impegnano maggiormente negli allenamenti, quelli che sanno superare la fatica e la stanchezza. Nessuno si sognerebbe mai di introdurre in campo sportivo regole volte ad equiparare gli atleti migliori con quelli mediocri per poi spedirli a competere alle olimpiadi.
Ve le immaginate delle squadre di calcio in cui per legge, per par condicio, le squadre debbano essere composte sia da riconosciuti fuoriclasse che da riconosciute schiappe?

Bene: questa insensatezza, che nessuno immaginerebbe mai di applicare allo sport viene comunemente adottata nel sistema formativo italiano della scuola pubblica, e forse anche privata. Nella scuola gli alunni DEVONO ESSERE TUTTI UGUALI, anche se non lo sono, anche se sono radicalmente diversi l’uno dall’altro, con attitudini diverse, cultura familiare diversa, capacità diverse. Il programma formativo è uguale per tutti, senza differenze, ed ovviamente deve essere alla portata dei meno capaci, quindi allineato verso il basso. Di più: anche le brutali valutazioni numeriche del profitto nell’apprendimento sono state sostituite da “giudizi” verbali, magari fumosi, e bocciare non è più consentito, o quasi, perché la scuola non deve bocciare nessuno, ma essere soltanto una opzione di apprendimento per chi vuole approfittarne, secondo capacità ed interesse personale, mai strumento di selezione, perché la scuola non deve essere uno strumento di “selezione di classe”. Questo orientamento educativo nasce intorno agli anni ‘60 del secolo scorso, e si consolida negli anni ‘70 e successivi, sospinto dalla cultura di sinistra che gradualmente si afferma in Italia dopo il 1945.

Chi sostiene questo orientamento nella scuola, anche senza essere comunista o assimilabile, pensa che differenziare le classi ed i programmi di studio costituisca una discriminazione ed una emarginazione dei più deboli, dei più fragili, mentre la mescolanza aiuta i più deboli ad allinearsi più facilmente ai migliori,
se non altro per spirito di emulazione. In astratto potrebbe essere, ma a consuntivo non pare sia così: non c’è chi nel mondo della scuola, e fuori di questa, non ammetta che le condizioni cognitive degli studenti sono crollate nel corso del tempo, tuttavia addebita le responsabilità, non immotivatamente, alle famiglie, alla società nel suo insieme, all’uso indiscriminato dei nuovi strumenti di comunicazione in mano ai giovanissimi, ecc.

Chiunque ne sia responsabile, il risultato è che il mondo della scuola, ed anche della formazione universitaria, sforna ogni anno dei giovani mediamente più impreparati dei loro predecessori, un processo che si è innescato già decenni fa, producendo docenti meno preparati che, a loro volta, possono soltanto produrre studenti con preparazione inferiore. Un processo involutivo che la nuova maggioranza politica di destra sta cercando di invertire, timidamente, e nel quale il Generale Vannacci è intervenuto a gamba tesa.

Ora, io ricordo perfettamente come, per me, la formazione scolastica dalle scuole elementari sino alle superiori fosse largamente insufficiente in rapporto alle mie capacità cognitive naturali ed alla mia capacità di apprendimento. Per me quegli anni di scuola, quanto a contenuti, avrebbero potuto essere ridotti a due terzi, se non alla metà, lasciando spazio ad altri contenuti, o ampliando alla grande quelli inseriti nei programmi. E ricordo bene che i compagni di scuola al mio livello erano pochissimi, mentre la maggioranza scompariva nella mediocrità.

Quindi: perché non raccogliere gli studenti più dotati in gruppi separati, aumentando la loro competenza, preparandoli a ruoli futuri che altri non avrebbero potuto svolgere a vantaggio di tutti, grazie alle capacità acquisite? I mediocri, o peggio, che comunque arrivano a ruoli apicali, sono un danno per la società, non la fanno crescere e migliorare, ma l’esatto contrario. Ed i mediocri, quelli meno dotati per loro natura, o quelli che hanno bisogno di maggiori stimoli per impegnarsi, hanno bisogno di una classe docente polarizzata sul sostegno di chi ne ha più bisogno, senza doversi occupare di chi ha già gambe per correre.
Anche la valutazione dei docenti, di cui talvolta si parla, sarebbe più facilmente misurabile su questi elementi che non sui migliori, dai quali è sin troppo facile ottenere buoni risultati. Riuscire a far correre uno zoppo, questo si è un titolo di merito che merita di essere premiato.

Una tale scuola sarebbe certamente competitiva, come in una competizione sportiva, perché ciascuno studente saprebbe che quel treno non porta tutti alla stessa destinazione, quale che sia l’impegno, e che se vuoi ottenere qualcosa, se vuoi fare un salto di qualità devi mettercela tutta, con l’aiuto di insegnanti che siano li proprio per farti superare ostacoli che temi di non saper superare. E devi sapere che vincere o perdere è parte dell’esistenza; venire bocciati significa perdere, ma da ogni sconfitta devi imparare che puoi risorgere, lottando per la prossima vittoria.

Non entro nel merito del COME realizzare una riforma del sistema scolastico in linea con questo orientamento. I modi possono essere diversi, e non è compito mio indicarli, purché lo spirito che anima il progetto sia quello che ho cercato di delineare.

Ing. Franco Puglia

28 aprile 2024

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