13 Aprile 2024
Ci sono moltissime imprese italiane che vantano crediti, anche importanti, nei confronti dello Stato (o amministrazioni locali; P.A. In genere), ma lo Stato non paga, perché non ha soldi. Alcune aziende falliscono, o rischiano di fallire.
Un modo potrebbe essere pagarle con dei BTP di valore equivalente al loro credito, ma questo implica un visibile aumento miliardario del debito pubblico, non sostenibile e che scatenerebbe le reazioni UE.
Un modo originale ed innovativo potrebbe essere quello di pagarle con certificati di credito fiscale (CCF) , cioè dei documenti, al portatore, come fossero banconote, che consentano a qualsiasi impresa uno sgravio fiscale di importo equivalente.
In questo modo tali certificati potrebbero essere ceduti in pagamento ad altre imprese in utile, visto che per loro equivarrebbero a denaro contante, potendo scaricarne l’importo dal loro imponibile fiscale. Una tale manovra sarebbe equivalente ad una riduzione fiscale importante, non strutturata e non equamente distribuita, ma sotto il profilo della solidarietà con il mondo delle imprese e tra le imprese stesse sarebbe risolutiva. Lo Stato, naturalmente, dovrebbe far fronte alle minori entrate fiscali, ma non è forse quello che il centro destra va sbandierando e che lo stesso M5S non schifa ? E allora che cosa aspettiamo ?

Per inciso: il BONUS fiscale del 110% di matrice grillina (governo Conte) per facilitare alcuni investimenti privati, in particolare i cosiddetti “cappotti” agli edifici, ed altre misure volte al risparmio energetico, operano esattamente in questo modo, con la cessione del credito da parte dell’utente o dell’impresa che fa i lavori ad un’altra impresa o a una banca, che abbia capienza di sgravio fiscale.
Naturalmente, con la faccenda del 110% si è sforato, perché sono state messe in movimento masse monetarie ingenti, saturando anche la capienza bancaria. Altra cosa, invece, è sparpagliare piccoli crediti sul mercato, come se fossero banconote che, però, non pesano sul rapporto debito/PIL, perché restano in circolazione come se fossero moneta.  


Mi spiego meglio : un CCF sino a quando non viene presentato all’incasso è come un assegno. La firma sull’assegno non lo fa contabilizzare solo perché emesso, sino a quando non viene incassato. Comunque va vista la distinzione tra contabilità per competenza o per cassa, rigorosa nel privato, niente affatto nel pubblico: basta esaminare a fondo un bilancio comunale per accertare la commistione. 
Ma supponiamo una contabilità rigorosa per cassa : sino a quando il CCF non viene incassato, non può figurare nella contabilità.
Ma c’è di più : il CCF non è una “spesa” ma una minore entrata, e le entrate del bilancio statale sono “stimate” e contabilizzate a consuntivo.
Il debito pubblico non aumenta perché diminuiscono le entrate, ma perché aumenta la spesa, e per coprirla si chiedono prestiti, emettendo titoli come BOT/BTP.
Perché se non si emettono titoli il debito resta immutato.
E supponiamo una contabilità rigorosa per competenza : in questo caso le fatture dei fornitori, anche se non pagate, sono iscritte a debito, e poco importa il fatto che non siano stati richiesti prestiti compensativi (BOT/BTP) : il debito è a bilancio.
A questo punto, se emetto BTP per il controvalore e pago i fornitori, il debito non cambia.
In conclusione : se faccio contabilità per competenza, tanto vale pagare i fornitori a fronte emissione BTP. Se la faccio per cassa no, perché il debito non compare.
In ogni caso i fornitori vanno pagati, o compensando la spesa con emissione di titoli, o diminuendo altre spese per pari importo, o compensando i fornitori con bonus fiscali negoziabili (CCF). La sola cosa che NON si può fare è non pagare i fornitori e farli fallire.
Ing. Franco Puglia
Articolo pubblicato inizialmente il 9 Maggio 2018
ed aggiornato il 16 gennaio 2023

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