17 Giugno 2024

C’è una cosa che va chiarita una volta per tutte :
chi paga le tasse sono solo, sempre e soltanto i CONSUMATORI. 
Non è vero, dirà qualcuno, anche le imprese ed i professionisti pagano le tasse.
Certo, ma è un costo che viene trasferito sui consumatori, SEMPRE !
Infatti la formulazione del prezzo di un prodotto o di un servizio tiene conto di tutti i fattori di costo, incluso quello della fiscalità. L’impresa come il professionista hanno come obiettivo un utile netto, dopo tasse, cioè i soldi che restano in tasca. A parità di altri costi, più tasse sull’impresa = maggior prezzo.
Ma allora perché le imprese si lamentano di pagare troppe tasse, se poi le trasferiscono sui consumatori ?
Il problema non sta nelle tasse che pagano, ma nel fatto che qualcuno le paga e qualcuno no, qualcuno le paga più alte e qualcuno più basse, a parità di prodotto, e inoltre, visto che le tasse gravano sul prezzo al consumatore, più tasse = prezzo più elevato = prodotto meno attraente per il consumatore, ergo meno vendite, meno fatturato, meno utile netto.

Le differenze fiscali da territorio a territorio DISTORCONO LA CONCORRENZA.
Il problema della fiscalità applicata alle imprese è questo e solo questo : la distorsione della concorrenza. Questo è uno dei fattori di distorsione della concorrenza ; l’altro è il costo del lavoro, che a sua volta dipende anche, ma non solo, dal trattamento fiscale applicato ai cittadini lavoratori dallo stato in cui lavorano.
Da questa banale osservazione consegue che in chiave di politica economica tassare le imprese è un  errore fatale, perchè riduce la competitività delle imprese nazionali rispetto a quelle straniere, incentiva l’evasione o l’elusione fiscale, fattore distorsivo della concorrenza, e tende a contenere i consumi, a causa del carico fiscale sui prezzi al consumo.
I soli fattori economici da sottoporre a pressione fiscale sono il reddito individuale, che dovrebbe essere tuttavia quello disponibile, cioè quello che eccede le necessità elementari di sopravvivenza, ed il consumo, come già accade con l’IVA, che potrebbe essere differenziata più di quanto non sia ora e sulla quale il contrasto all’evasione dovrebbe essere severo ed efficace, come quello sul reddito disponibile, altrimenti lo Stato non dispone dei mezzi economici necessari per far fronte alle necessità collettive.

Quindi una politica economica orientata allo sviluppo DEVE significare ZERO TASSE SULLE IMPRESE !
Attuare una tale coraggiosa politica economica richiede anche che l’utile d’impresa possa venire accertato con sicurezza, e non trasferito dove la fiscalità sul reddito delle persone fisiche sia più generosa rispetto al paese dove il reddito è stato prodotto.
Farlo non è poi così difficile : basta offrire la ZERO TAX soltanto alle imprese che accettano di avere letteralmente il FISCO IN CASA, per accertare ricavi e costi, quindi il reddito e la sua distribuzione.
In queste condizioni fiscali tutto il reddito che NON viene distribuito non è soggetto ad imposizione fiscale, per cui contribuisce a capitalizzare l’impresa. L’imposizione fiscale grava soltanto sul reddito distribuito, ed a questa categoria debbono necessariamente appartenere tutti gli acquisti fatti dall’impresa che non siano strettamente correlati con lo scopo sociale d’impresa.
Un’auto di lusso non serve all’impresa, ma è consumo da reddito di chi la usa.
Analogamente per altri beni. Se una tale politica economica venisse coraggiosamente messa in atto, farebbe cambiare faccia al nostro paese, attirando investimenti dall’estero, oltre che investimenti locali, stimolando una crescita che davvero potrebbe essere a due cifre.
Qualcuno dirà che in questo modo crollerebbero le entrate dello Stato ; neanche per idea.
Le tasse vengono pagate comunque attraverso redditi e consumi; è solo il canale di convogliamento della fiscalità che cambia, col risultato di stimolare però l’economia e quindi aumentare ricchezza prodotta ed entrate fiscali.t

Ing. Franco Puglia
13 novembre 2017

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