15 Aprile 2026

Il pensiero liberale è un’autostrada, con la giusta direzione, la sola possibile verso uno SVILUPPO SOSTENIBILE delle società umane. Ma è un’autostrada senza distributori di benzina e senza punti di ristoro adiacenti al percorso. Se ti servono, devi uscire ad un casello, e cercarne uno. L’ideologia liberale è analoga: un’autostrada con la medesima giusta direzione, però con alcuni distributori di benzina ed alcuni punti di ristoro, ma senza caselli di uscita: puoi solo proseguire.

La metafora mette in risalto differenze importanti tra un orientamento politico con molti gradi di libertà, il “pensiero liberale” ed un altro molto più rigido, ideologico, che non ammette deviazioni dal percorso prestabilito. Se leggiamo i “sacri testi” dei pensatori liberali, da Adam Smith a John Locke, Adam Smith, Montesquieu, Voltaire, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Alexis de Tocqueville, John Stuart Mill, Benjamin Constant e Milton Friedman, ma non vorrei dimenticare Luigi Einaudi, e poi altri esponenti di scuole del pensiero liberale come Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, della scuola austriaca, ci collochiamo su questo percorso ideologico, anche se si tratta di una autostrada con molte corsie. Ma la realtà del vivere umano è MOLTO complessa e non si adatta facilmente ad una qualsiasi ideologia, sia essa di impronta liberale, o marxista, o religiosa. E la realtà ha SEMPRE ragione.

Se la scuola di pensiero marxista, ed analoghi, nasce con l’obiettivo di sollevare le condizioni economiche ed umane delle classi sociali più fragili, povere, meno attrezzate, quella liberale nasce con l’obiettivo di sviluppare l’economia, e quindi la ricchezza, con una presumibile ricaduta positiva su tutti gli interpreti sociali, sia le classi dominanti che quelle più deboli.

Questa ultima cosa è vera, ma solo in parte.
Sia il marxismo che il liberalismo sono GLOBALISTI, come lo sono le due grandi religioni del mondo, quella cristiana e quella musulmana. In altri termini, tutti guardano al pianeta in termini unitari, senza distinzione di confini statali, di etnia, di lingua, di religione. Tutti cercano di allineare l’intera popolazione planetaria al proprio credo, e valutano i risultati operativi della loro azione su scala planetaria.

Veniamo ai liberali: sotto il profilo ideologico i mercati mondiali debbono essere LIBERI, senza vincoli e barriere, e chi produce di più e meglio ed al miglior prezzo quello che il mercato chiede è vincente, mentre gli altri sono perdenti. Secondo questo metro, se la Cina è più brava dell’Europa nella produzione di TUTTO, e l’Europa non riesce più a produrre un chiodo, va bene così. Debbono vincere la concorrenza ed i mercati. Ma ci sta davvero bene? NO !

La concorrenza porta in se anche il germe della sua distruzione: nella lotta competitiva vince il più forte, e la sua vittoria può determinare anche la scomparsa di TUTTI i concorrenti, portando al monopolio. Ma in condizioni di monopolio niente concorrenza, e senza concorrenza niente società liberale; e allora?

La cultura liberale non è, di fondo, una cultura ETICA. Non si chiede cosa accada al perdente, sconfitto dal vincente. Le religioni, al contrario, si occupano in maniera precipua del perdente, mentre il marxismo arriva addirittura a combattere il vincente. Marxisti e Cristiani arrivano a concepire una società di UGUALI, dove nessuno è vincente sugli altri e tutti collaborano, a parità di condizioni. Per i Cristiani il denaro era “sterco del diavolo”. La cultura liberale non si occupa, in quanto tale, delle fasce più deboli della popolazione: assume che ciascuno abbia quel che gli spetta, in base al suo impegno, alle sue capacità, alla fortuna, e quant’altro. Il ricco non è colpevole della povertà del povero; i marxisti sostengono l’opposto: i ricchi sono tali perché sfruttano i poveri.

Questo è il limite di un approccio liberale di tipo ideologico, perché sorvola sulla realtà, che è fatta anche di incapaci, involontari o meno che siano. Eppure di questa gente devi tenere conto, non la puoi cancellare, e devi integrare, quindi, i meccanismi di una società liberale con dispositivi assistenziali capaci di sostenere questa parte, purtroppo non trascurabile, della popolazione.
Il liberalismo considera SACRA la proprietà privata, mentre il marxismo la considera un FURTO.

Hanno torto entrambe le ideologie, nel concreto delle cose, perché la proprietà privata è un DIRITTO NATURALE che è presente persino nel mondo animale, ma lo è in funzione del COME questa proprietà viene acquisita. Nei secoli scorsi le terre erano di proprietà dei Nobili, su concessione reale, mentre chi ci viveva era un servo che non poteva possedere la terra, unica fonte di ricchezza dell’epoca. Era dunque “sacra” la proprietà terriera dei nobili? Direi proprio di no. E molte proprietà territoriali sono state acquisite con la forza, con la violenza, con la guerra. Cosa c’è di SACRO in queste proprietà? Nulla !

Per converso il marxismo denuncia la proprietà privata come “furto”, sempre, ma a danno di chi?
A danno di TUTTI, cioè dello Stato, ed attribuisce allo Stato tutte le proprietà di pubblico interesse, lasciando ben poco al privato. Ha senso? No, non ne ha, in senso lato, mentre ha senso in casi specifici. Ad esempio noi oggi diciamo che le coste non possono essere privatizzate, ma solo demaniali, per pochi metri, però, dal bordo del mare. Una parte viene data dallo Stato “in concessione” di sfruttamento ai privati. Non è difficile capire che in una qualsiasi società umana una parte delle risorse del territorio non può e non deve essere privatizzabile, e che tutti, nessuno escluso, debbono poterne fruire liberamente. Questa affermazione è ai margini dell’ideologia liberale, ma è totalmente compatibile con il “pensiero liberale”, che difende la proprietà privata legittima, ma la limita a ciò che non rivesta un interesse pubblico diffuso.

La proprietà non è soltanto territorio, ma anche imprese, per la produzione di beni o servizi. Anche in questo caso la divergenza tra liberalismo e marxismo è radicale: tutto ai privati, per i liberali, tutto allo stato per i marxisti.
NO ! Se è vero, e lo è, che per un liberale la presenza della concorrenza è “condicio sine qua non” per la presenza di un’impresa, le attività che per loro natura hanno carattere monopolistico NON possono essere gestite da un’impresa privata, perché viene a mancare la concorrenza. Quindi resta solo lo Stato, unica possibile scelta alternativa per la gestione di una attività monopolistica (vedasi le infrastrutture, stradali, autostradali, ferroviarie, idriche, elettriche e di telecomunicazione).

E torniamo alla concorrenza: il termine è generico, ma la sua sostanza no; essere in concorrenza significa offrire al meglio un prodotto o servizio, dovendo fare fronte alle medesime norme, al medesimo carico fiscale, con le medesime condizioni sociali e reddituali della mano d’opera. Ma quando le condizioni operative sono diverse, la concorrenza non ha più luogo su basi eque, ma inique. Un paese europeo non può fare concorrenza alla Cina su basi eque: è necessariamente perdente, e come minimo sarà portato a strozzare i costi della sua manodopera, a ridurre la qualità, o a evadere il fisco. Ecco allora che i tanto vituperati DAZI perequativi, che Donald Trump sta spalmando sui prodotti importati in USA, assumono un senso, che tuttavia è in aperto conflitto con l’ideologia liberale, ma non con il pensiero liberale, che chiede concorrenza ma partendo dai medesimi blocchi di partenza, senza handicap sulle spalle.

Una tipica obiezione è che, “proteggendo” con i dazi le attività locali viene a mancare lo stimolo ad evolvere, a diventare più competitivi. Si, è vero, ma dipende dalla misura dell’ombrello di protezione predisposto dallo Stato, che deve anche tenere conto dello “stato dell’arte” mondiale in una specifica produzione. Si può tutelare una produzione locale senza eccessi, ed è importante non dimenticare che alcune produzioni locali sono STRATEGICHE, cioè un paese NON DEVE dipendere dall’estero per i beni essenziali, alimentari, energetici, militari, ecc, ecc. Costi quel che costi. E in generale perdere attività produttive significa perdere reddito nazionale, impiego di lavoratori ed entrate fiscali, a favore di consumi più facili per alcuni.

Un pensiero politico coerente DEVE avere ben chiaro l’obiettivo del suo agire, che va rivolto al benessere diffuso della popolazione che c’è, non di quella che sarebbe bello ci fosse, con benefici proporzionali per tutti, non soltanto per alcuni, senza mirare ad una astratta e dannosa uguaglianza tra i cittadini, ma ad una produttiva diversità premiante dell’impegno e del merito di ciascuno. Il pensiero liberale non è in conflitto con l’assistenza pubblica verso chi ne ha bisogno, ma è vero che questo è un percorso collaterale, non richiamato dalla strada maestra. Il percorso collaterale, però, NON DEVE far deviare dal percorso principale: esci di lato, ma poi rientri. L’assistenza NON è l’obiettivo, ma un prezzo da pagare al nostro essere UMANI e non animali.

Per l’ideologia liberale IL PRIVATO E’ BELLO, mentre IL PUBBLICO E’ BRUTTO.
Non è così: può essere anche il contrario. L’interesse privato è strettamente individuale e, giustamente, non deve occuparsi dell’interesse altrui. La beneficenza è una facoltà del cuore, non dell’economia privata. L’interesse collettivo, invece, in carico allo Stato, alla Pubblica Amministrazione, DEVE occuparsi anche di delimitare la sfera d’azione privata, nella misura in cui questa entri in conflitto con il pubblico interesse. In altri termini, a casa tua fai quel che ti pare, ma non interferire con gli altri, non cercare di occupare spazi che sono anche altrui.

L’interesse privato mira, legittimamente, al PROPRIO PROFITTO, non a quello altrui, ed il rapporto tra reddito da impresa e reddito da lavoro nell’impresa DEVE essere il punto d’incontro tra due interessi contrapposti, entrambi legittimi. Accade che la forza contrattuale del lavoratore sia spesso debole rispetto a quella del datore di lavoro, e questo può collocare il lavoratore in una condizione precaria, deprecabile ma non manipolabile da un terzo soggetto. Il mondo è grande: se l’offerta di lavoro su un territorio è scadente, cambia territorio, ma non si può forzare il rapporto tra le parti. Ed ecco che equilibrare la concorrenza internazionale riequilibra anche il mercato interno del lavoro, perché se la concorrenza è meno spietata anche il datore di lavoro può essere più flessibile, e se il lavoratore è più mobile, anche il datore di lavoro può trovarsi in carenza di personale e rendere più attraenti le sue offerte di impiego.

Quanto al pubblico impiego, la sua inefficienza è proverbiale, perché è sottratto alla legge della domanda e dell’offerta. L’assunzione per concorso, che stabilizza il posto di lavoro a vita e rende il lavoratore praticamente non licenziabile determina una umanissima propensione ad approfittare della situazione, portando al minimo il proprio impegno, sotto ogni punto di vista. Il mondo del lavoro, tanto nel privato come nel pubblico, DEVE essere premiante, e DEVE anche poter penalizzare chi non si mostra all’altezza del suo incarico, per incapacità o per inerzia. L’approccio marxista tende invece a tutelare chi lavora SEMPRE E COMUNQUE, come se la produttività del lavoro privato pubblico di un lavoratore non ricadesse poi su tutti quelli che dovranno avvalersi dei frutti del suo lavoro. Questo atteggiamento fintamente sociale è uno dei peggiori aspetti dell’ideologia marxista e similari.

Concludo dicendo che il modo di porsi e proporsi dei liberali italiani che conosco, non pochi, è troppo spesso improntato ad un ideologismo ricavato dai sacri testi, che tuttavia entra in conflitto, talvolta, con le condizioni reali del vivere, e con la sensibilità sociale di molti cittadini. La proposta liberale incontra scarso interesse nella popolazione degli elettori, purtroppo manipolata da anni di assistenzialismo, di socialismo strisciante e malcelato, una popolazione più propensa alla de-responsabilizzazione individuale ed alla tutela pubblica sempre, piuttosto che non ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Parlare alla gente, quindi, implica non dare sponda alle loro paure di precipitare nell’insicurezza sociale, derubricando una volta per tutte il liberalismo dalla sua diffusa connotazione di ideologia dei ricchi, contrapposta all’interesse dei poveri. Deve essere chiaro che così non è, ma non sono i sacri testi a venirci in aiuto.

Ing. Franco Puglia

4 ottobre 2025

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