8 Maggio 2026

Il referendum sulla legge costituzionale del governo, che aveva voluto tentare di introdurre la separazione delle carriere dei magistrati, tra giudicanti ed inquirenti, con organi di controllo separati ed indipendenti, non è stato confermato dal referendum popolare, con una maggioranza significativa di voti a favore del NO, ed una affluenza alle urne più che significativa, superiore alle aspettative. Un risultato profondamente deludente per chi, come me, si aspettava, o solo sperava, in un risultato diametralmente opposto, sopravvalutando la razionalità degli elettori, pur con la non infondata preoccupazione di un possibile successo del NO determinato dalla polarizzazione politica di questo voto referendario.

Non è stato, infatti, un voto sulla Giustizia, non si è trattato di un pronunciamento su una questione giuridica, una parola il cui significato forse sfugge alla stragrande maggioranza della popolazione italiana, ma si è trattato di un voto squisitamente POLITICO (sarebbe meglio dire “schifosamente” politico) con una aggressiva campagna elettorale e mediatica ad opera della Sinistra politica nazionale, unita nel contrasto al governo ed alle sue scelte, quali che siano, con ogni mezzo disponibile, comprese le menzogne spudorate che, ormai, sono sdoganate e non punibili, chiunque le proferisca.

La vittoria del NO è stata netta, ed i numeri fanno emergere un quadro politico nazionale che mette in serissima discussione il percorso di questo governo e di tutta l’area politica che lo esprime. Si tratta di una sconfitta bruciante di Giorgia Meloni, in prima persona, e di tutto il suo seguito, espresso dai tre partiti di governo, una sconfitta che mette una pesante ipoteca sul risultato delle prossime elezioni politiche nel 2027, mostrando una fotografia dell’elettorato che rispecchia quella di sempre, divisa radicalmente tra una pur frammentata ed inconsistente base elettorale di sinistra, in termini di partiti, un “centro” di dimensioni irrilevanti e con scarso seguito, ed una destra concretamente spaccata in due, tra FdI e Lega, con un vaso di coccio nel mezzo (Tajani) ed una unità di intenti poco credibile, tenuta insieme dal collante di poltrona.

Pur con un’affluenza superiore alle aspettative, siamo comunque, sempre, di fronte ad una partecipazione insufficiente, dell’ordine del 50%, a voler significare che metà della popolazione italiana è completamente indifferente a quanto accade attorno a lei, ed è disposta ad accettare una qualsiasi soluzione politica ed economica, come se riguardasse altri.
Un governo Putin non incontrerebbe la loro opposizione, e forse neppure un governo Khamenei, perché manca totalmente in loro la percezione del rapporto tra la loro vita individuale e le scelte fatte altrove che ricadono su di loro.
Per molti l’ammortizzatore è il denaro, che risolve molti problemi irrisolti, per altri è semplicemente l’inedia, un atteggiamento di inerzia insuperabile, che li colloca nelle fasce più deteriori della popolazione, per altri ancora forse una rabbia cieca contro tutto e tutti.
La sintesi ci mostra un paese affidato al controllo di minoranze agguerrite, quanto fragili, che manipolano masse di persone prive di senso critico, in parte volubili, più spesso disinteressate a tutto fuor che al loro orticello, ed una quantità di persone fortemente ideologizzata, collocabile genericamente in questa nostra italiana area di “sinistra antagonista”, che non è soltanto quella visibile nelle piazze, non è soltanto quella che sfascia tutto e si scontra con le forze di Polizia, è una popolazione numerosa, dalla rappresentanza frammentaria quanto miserevole, incarnata meglio di chiunque altro da Elly Schlein, un nome neppure italiano, una leader per caso.
Ma non è che fuori da questa area si stia molto meglio: la differenza tra destra e sinistra politica è che la sinistra ragiona sempre in chiave ideologica, quale che sia, mentre la destra non ha una sua ideologia di riferimento, si rifà in maniera articolata ma non univoca a temi economici, ai temi della sicurezza, ma non dispone e non propone un vero modello organico di riferimento, dotato di una sua base culturale, capace di parlare al cervello ma anche alla sensibilità emotiva della gente, coinvolgendola.

Gli esseri umani sono quello che sono, e relazionarsi con loro deve tenere conto della loro natura e delle loro inclinazioni:
1. Non sanno fare a meno di un LEADER, in carne ed ossa: vale in politica come nello sport, nella musica, ed in tutte le attività umane. Siamo animali “di branco” e tendiamo a seguire chi è in testa al branco. Non c’è scampo.
2. Sono riluttanti a svolgere compiti complessi, in primo luogo quelli cognitivi, mentali: accettano comunicazioni semplici, che non richiedano uno sforzo cognitivo.

Ma spesso questo non è possibile, per chi vuole davvero dire qualcosa, ed allora passano i messaggi sintetici, gli slogan,
le menzogne urlate.

Il nostro paese è il prodotto di queste specificità umane, non gestite in funzione di un percorso di sviluppo che sfrutti sino in fondo quello che ciascuno può, e deve, dare, attraverso processi formativi che partano dall’infanzia, proseguano con gli studi e con il lavoro, in un ambiente sociale SANO, fondato sulla responsabilità individuale, non sugli eccessi normativi, attento a soccorrere gli autenticamente fragili, non i parassiti per inclinazione caratteriale. Ma manca totalmente un tessuto umano, e conseguentemente formativo e politico, capace di nutrire se medesimo ed il tessuto delle nuove generazioni, in un percorso virtuoso di sviluppo.

Ed eccoci di fronte all’esito di questa tornata elettorale: una brusca fermata della destra, che però non stava correndo, che in questi anni di governo non ha prodotto qualcosa che avesse un sapore rivoluzionario, con riforme strutturali, quali che fossero, ma soltanto i soliti interventi marginali, senza slanci coraggiosi, ricalcando politiche non molto dissimili da quelle di tutti i governi che hanno preceduto quello in carica.
Sintomo di una mancanza di FORZA intrinseca, pur non dimenticando il contesto di lavoro, perennemente sotto attacco da parte della sinistra antagonista, con il sostegno di una parte ben riconoscibile della magistratura.

Stiamo vivendo un periodo tra i più difficili della nostra storia recente, circondati da conflitti armati sanguinosi che rischiano di contaminarci ad ogni piè sospinto, nel bel mezzo del crollo dell’economia globalizzata, quella che ha determinato un diverso grado di sviluppo economico planetario, ma anche a spese della capacità di crescita e di sviluppo d’insieme in Italia ed in buona parte dell’Occidente. Adesso ci troviamo alla mercé di altri, molto di più che in passato, per i nostri approvvigionamenti di energia, senza la quale siamo MORTI CHE CAMMINANO, mentre negli anni scorsi ci siamo affidati alle illusioni infondate di energie alternative agli idrocarburi, che NON esistono se non come palliativi, come integratori di una solida base energetica di fonte fossile. E dobbiamo affrontare tutto questo con una popolazione in cui la stragrande maggioranza dei cittadini NON produce OGGI reddito da lavoro, perché appartiene alle categorie dei pensionati, dei minori, che non lavorano per ragioni anagrafiche, degli assistiti, a ragione o a torto, e dei benestanti che vivono di rendite. E QUESTO paese esprime la politica che deve gestirlo, a valere sulle risorse di cui dispone, e senza strumenti concreti per determinare cambiamenti radicali, anche per assenza della materia prima.

Quale può essere lo sbocco? Un percorso gestito dalle forze produttive, oppure uno condizionato da quelle improduttive? Essere improduttivi non è una colpa: alcune categorie non possono essere produttive (pensionati, minori, fragili, ecc) ma non dovrebbero essere determinanti, sulla base dei loro interessi, in termini di gestione delle risorse disponibili nel paese. Al contrario, una quota importante di questa popolazione, che non ha nulla da perdere se non la conservazione della propria condizione attuale, determina il peso politico da cui dipende lo sviluppo nel suo insieme, mentre anche le nuove generazioni, che dovrebbero essere la nuova linfa vitale dello sviluppo, si trovano in una condizione di degrado culturale da formazione deficitaria e da condizionamento socio-mediatico che li colloca troppo spesso nella fascia di popolazione a vocazione parassitaria, quando non violenta ed eversiva. Purtroppo anche la tecnologia digitale, e l’uso generalizzato di stupefacenti, moderati e non, ha prodotto generazioni di zombi intellettuali, di difficile recupero.

E non salvano il paese le solite ECCELLENZE di cui riusciamo a disporre, nel campo dello sport, nell’arte, nell’industria, perché sono piccoli numeri, rondini che non fanno primavera, mentre sprofondiamo lentamente ma progressivamente in una palude di sabbie mobili senza via di scampo.

Ing. Franco Puglia

24 marzo 2026

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