4 Ottobre 2026

LE TASSE E L’EVASIONE FISCALE: SEMPRE UN MALE?

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In questi giorni la TV rilancia sull’evasione fiscale in Italia, che sarebbe una cifra multimiliardaria, e mi chiedo sempre come facciano a stimarla se è frutto di lavoro NERO, cioè che sfugge al controllo fiscale. Transeat.
Il solito ritornello racconta che lo Stato ha difficoltà a sostenere i costi di Sanità, pensioni, ed altri servizi, perché viene a mancare una quota importante del gettito fiscale.
Beh, quando e se uno Stato non stampa moneta, e dovrebbe essere il nostro caso, il circolante monetario resta sempre lo stesso, salvo beneficenza verso l’estero, senza contropartita, e quindi il denaro alimenta le risorse degli uni o degli altri, in funzione della sua destinazione d’uso.
Ma sempre quello è, se destinato alla spesa, mentre può crescere se una parte è destinata ad investimenti produttivi di nuova ricchezza, soprattutto se deriva da esportazioni.

Ed ecco il nodo cruciale della faccenda: i soldi delle tasse, che finiscono nelle casse pubbliche, alimentano una spesa pubblica che, per sua natura, è solo un costo, e non produce profitti, quindi si tratta di soldi che alimentano consumi di carattere collettivo, oltre che i costi vivi del mantenimento di tutta la Pubblica Amministrazione .
La spesa pubblica italiana è superiore al 50% del PIL nazionale. Significa che più di metà del reddito nazionale viene speso per la P.A, per tutti i SERVIZI pubblici e per le infrastrutture.
TUTTE queste spese NON producono profitti, cioè valore aggiunto, soldi nuovi.

I redditi che NON finiscono in tasse, alimentando la spesa pubblica, alimentano i consumi individuali di tutti gli italiani, escludendo i redditi da pensione, che provengono dalla spesa pubblica, in parte, e dai contributi previdenziali che INPS incassa, i quali non dovrebbero essere considerati spesa pubblica, ma trasferimento tra contribuzione previdenziale da parte dei più giovani lavoratori e percezione pensionistica da parte dei beneficiari non più lavoratori.
Questi redditi tassabili, tuttavia, quando non devoluti al fisco, non alimentano soltanto i consumi individuali, ma anche lo sviluppo economico derivante dall’attività delle imprese produttive o commerciali, con particolare attenzione all’esportazione. Infatti i redditi d’impresa sostengono i costi dello sviluppo dell’impresa ed i suoi investimenti, finalizzati alla crescita.
I consumi collettivi, somma di quelli individuali, costituiscono invece la ragion d’essere delle imprese di produzione di beni e servizi, che possono produrre valore aggiunto solo se i beni e servizi che producono trovano una loro collocazione remunerativa.

I redditi da produzione di beni e servizi, come quelli da lavoro individuale o da rendite di capitale, soggetti a contribuzione fiscale, aumentano le disponibilità di cassa dello Stato solo se riescono a crescere, mentre se incontrano difficoltà di mercato, cioè consumi decrescenti, oppure difficoltà finanziarie a sostenere le proprie spese di consumo o di sviluppo produttivo, allora anche le entrate fiscali diminuiscono, di conseguenza, e lo Stato lamenta risorse insufficienti a sostenere la sua spesa pubblica, anche se la pressione fiscale non diminuisce.
In pratica, più lo Stato esercita pressione fiscale su consumi ed imprese, più si deprime la crescita dei consumi, lo sviluppo delle imprese ed i redditi, e più calano le risorse fiscali di cui lo Stato può disporre, costringendolo quindi a diminuire la spesa pubblica, riducendo anche i servizi, oppure ad aumentare la pressione fiscale, aumentando le tasse o con nuove tasse.
Un cane che si morde la coda.

Ecco allora che l’evasione fiscale, e l’elusione fiscale, che esprimono certamente una disparità tra contribuenti, ed una distorsione della concorrenza, se da un lato sono da condannare, per una questione di principio, e di equità tra soggetti fiscali, dall’altro svolgono una funzione equilibratrice quando riguardano alcune categorie economiche, o quando operano come calmiere di una pressione fiscale che porta verso un percorso di decrescita economica, a cui consegue anche un inevitabile calo di entrate fiscali, anche a parità di evasione fiscale, o in sua assenza.

Un serio ECONOMISTA (ne conoscete qualcuno?) dovrebbe governare la nave fiscale e della spesa pubblica manovrando da un lato su pressione fiscale e conseguenti entrate fiscali, per coprire le necessità di spesa pubblica del paese, ma dall’altro misurando con estrema attenzione la crescita economica correlata, sia in termini di consumi che di sviluppo delle imprese, siano esse di produzione di beni o di servizi, favorendo al massimo i settori orientati all’esportazione, che creano molto valore aggiunto, e quelli nei quali è possibile osservare una crescita imprenditoriale, segnale che indica la formazione di valore aggiunto, unico indicatore di vero sviluppo.

Governare la nave economica significa saper ORIENTARE i consumi che hanno come conseguenza sviluppo e produzione di valore aggiunto per le imprese nazionali, e defiscalizzare tutti i settori in cui si voglia stimolare sviluppo imprenditoriale privato, limitando la spesa pubblica a carico del sistema fiscale ai soli settori nei quali l’iniziativa imprenditoriale possa sfociare nel monopolismo, che diventa, si, di Stato, e non è il massimo, ma almeno non è monopolismo privato. E ci sono servizi che il privato NON può offrire perché non ha alcun interesse economico a farlo, e qui lo Stato è indispensabile, e deve trovare risorse fiscali a sostegno, orientandosi più verso TASSE DI SCOPO, piuttosto che non contro imposte generaliste, come già accade, ad esempio, con la tassa per la raccolta e smaltimento dei rifiuti, TARI, che ha una sua precisa destinazione, con soldi che non possono essere spesi per altri scopi.
La medesima cosa dovrebbe accadere in molti altri settori, come quello della viabilità, destinando le entrate fiscali relative solo e soltanto alla realizzazione e manutenzione di infrastrutture viabilistiche.

Perciò, invece di sbandierare scuse circa la scarsità delle risorse fiscali per i servizi pubblici, attribuite agli evasori fiscali con cifre mostruose, facciamo QUELLO CHE VA FATTO, riformiamo per davvero il sistema fiscale italiano, IN MANIERA STRUTTURALE e non frammentaria, abbattendo una volta per tutte la spesa pubblica improduttiva e non essenziale, riducendo concretamente e visibilmente la quota di PIL che dipende dalla spesa pubblica, in modo da stimolare uno sviluppo economico a briglie sciolte, o quasi, liberando le imprese per quanto possibile da fardelli fiscali e burocratici che ne strangolano la crescita.

Ing. Franco Puglia

26 settembre 2026

1 ha pensato a “LE TASSE E L’EVASIONE FISCALE: SEMPRE UN MALE?”

  1. La spesa pubblica totale in Italia si attesta attorno al 50,4% – 51,2% del PIL nazionale, con le rilevazioni più recenti che la collocano complessivamente poco sopra la soglia della metà del Prodotto Interno Lordo.
    Se si esclude il peso degli interessi passivi sul debito pubblico (la cosiddetta spesa primaria), l’incidenza scende a circa il 46,8% del PIL.
    Le principali voci di spesa che compongono questa percentuale si suddividono principalmente in:
    • Protezione sociale e pensioni: la voce di gran lunga più consistente.
    • Sanità pubblica: incide per circa il 6,2% – 6,7% del PIL.
    • Servizi generali, istruzione e ordine pubblico: la parte restante delle uscite dello Stato.

    Il Confronto Internazionale (Eurozona)
    In base ai dati aggregati da Eurostat, la spesa pubblica dell’Italia si inserisce in un contesto europeo caratterizzato da una forte presenza dello Stato nell’economia. Il peso delle uscite totali sul PIL vede i principali paesi dell’Eurozona allineati su percentuali simili, sebbene con differenze strutturali significative:

    Paese Spesa Pubblica (% sul PIL)
    Francia ~56% – 57%
    Italia ~50,4% – 51,2%
    Media Eurozona ~49% – 50%
    Germania ~48% – 49%
    Spagna ~46% – 47%

    Dettaglio delle Voci di Spesa in Italia

    Andando a guardare dentro i conti dello Stato, l’intera spesa pubblica italiana (calcolata su un PIL di circa 2.265 miliardi di euro) viene assorbita da tre macro-aree macroeconomiche:

    • 🧓 Protezione Sociale e Pensioni (circa il 21% del PIL): È in assoluto la voce più imponente del bilancio
    statale italiano, notevolmente superiore alla media dei partner europei a causa della struttura demografica
    del Paese.
    • 🏥 Sanità Pubblica (circa il 6,4% del PIL): La spesa sanitaria nominale si attesta a circa 148,5 miliardi di
    euro. Nonostante gli incrementi di stanziamenti legati ai rinnovi contrattuali del personale medico,
    l’incidenza complessiva in rapporto alla crescita economica rimane stabile intorno al 6,4%.
    • 🏛 Servizi Generali e Interessi sul Debito (circa il 4% – 5% del PIL): Una quota rilevante delle risorse fiscali
    italiane non serve a finanziare servizi o infrastrutture, ma è assorbita dal pagamento degli interessi passivi
    accumulati sullo stock del debito pubblico.
    • 🏫 Istruzione e Cultura (circa il 4% del PIL): È storicamente una delle voci in cui l’Italia spende leggermente
    meno rispetto alla media degli altri grandi paesi dell’Unione Europea.

    Il Freno del Debito: Nonostante la riduzione progressiva del deficit negli ultimi anni (dovuta anche al
    graduale esaurimento degli incentivi edilizi come il Superbonus), il debito pubblico complessivo ha
    continuato a mostrare pressioni al rialzo, assestandosi intorno al 136,7% – 137,1% del PIL.

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