REDDITO INDIVIDUALE E PRODUTTIVITA’

Mi accingo ad affrontare un tema MOLTO DIFFICILE, ricco di luoghi comuni, affrontato a suon di slogan e di formulazioni zoppicanti, non fondate su una logica razionale, mentre occorre ragionare su quello che è possibile, senza sognare ciò che non lo è.
Costo della vita in vertiginoso aumento: si. Stipendi che non aumentano: si. Produttività insufficiente: si. Rivendicazioni salariali: legittime. Povertà in aumento: si. PIL in pur leggero aumento: si.
Elementi contraddittori, eppure reali, il prodotto di un meccanismo economico che NON è fondato sulla UGUAGLIANZA delle persone, ciò che sostiene e che cerca di stimolare la SINISTRA politica in qualsiasi paese del mondo, ma sulla DIFFERENZA tra il risultato di produttività e di reddito delle diverse realtà umane.
Cominciamo col dire, o meglio, con l’AFFERMARE che la produttività individuale isolata, in assenza di strumenti ausiliari, è MOLTO BASSA, per chiunque, perché IL VALORE di quello che puoi realizzare da solo è molto basso, ad eccezione di quelle attività a carattere di produzione non primaria, ma a carattere artistico, a cui le popolazioni umane attribuiscono un valore che può essere qualsiasi, anche molto elevato. Ma persino in campo artistico DA SOLO non approdi a nulla, perché ti servono SPONSOR, infrastrutture, strumenti, per farti conoscere, apprezzare e valorizzare.
In altre parole, l’attività del singolo viene valorizzata da quelle correlate, che richiedono anche una base di CAPITALE.
Ogni azienda, ogni attività umana che produca redditi, è formata da CAPITALE, FORZA LAVORO E CONOSCENZA (alias know how). Nessuna delle tre, da sola, produce reddito. Il reddito prodotto dalla cooperazione di questi tre elementi va suddiviso tra i partecipanti, e deve remunerare tutti e tre.
Ciascuno dei tre elementi esprime UN COSTO. Il prezzo di vendita di quanto prodotto deve coprire TUTTI I COSTI e remunerare tutti e tre gli elementi della produzione.
La PRODUTTIVITA’ dell’impresa, quale che sia, dipende anche da COSA produce, se beni durevoli o di consumo, se si tratta di elementi a loro volta produttivi di reddito, oppure no, e dalle quantità che il mercato può consumare.
Si può produrre ricchezza con pochi elementi prodotti e venduti, ma di elevato valore unitario, e con margine di profitto elevato, oppure con moltissimi elementi prodotti e venduti, di valore unitario modesto, e/o con margini di profitto modesti.
In questo secondo caso contano I NUMERI del venduto, più che i margini sul prodotto in se.
Si possono guadagnare un sacco di soldi anche con le APP dei cellulari, se a pagamento, anche pochi € per APP, una tantum, ma con un mercato interessato a quel prodotto formato da milioni di individui !
E i cosiddetti “influencer” in rete, pagati pochi cent ad ogni “pay per click” possono guadagnare cifre ingenti sempre grazie ai numeri in gioco, quelli dei visitatori del loro sito.
Tutt’altra cosa per chi produce beni di investimento, macchine, navi, aerei, o costruisce case, infrastrutture come ponti e strade, ecc, dove la quantità non si misura in milioni, ma in singole unità, in alcuni casi da non ripetere.
In un panorama così complesso e variegato, QUANTO VALE UN’ORA UMANA LAVORATA?
E chi può dirlo: in pratica qualsiasi cifra; dipende dal contributo al reddito che offre quell’ora lavorata.
E per i disperati che trasportano cibo pronto in un cassonetto sul retro della bicicletta questo contributo al già modesto valore di una pizza, o cose simili, è irrisorio, in rapporto al tempo speso per le consegne.
Puoi pagare di più questi lavoratori? No, a parità di prezzo del prodotto. Si, se il prezzo del prodotto aumenta, ma sino a che punto il mercato di quella utenza lo sostiene? Quanto sei disposto a pagare una pizza a domicilio?
E soprattutto IN QUANTI sono disposti a pagare quel prezzo? Perché se sono solo un paio, quel ciclista non ci camperà mai.
Il problema di fondo è che TUTTE le produzioni si muovono su un anello chiuso, prese nel loro insieme, in cui chi produce è anche consumatore, più spesso delle stesse cose che produce, se non lui, uno come lui. Ed ecco il nodo da sciogliere:
chi produce non può avere il medesimo reddito di chi consuma o, peggio, un reddito superiore.
Disuguaglianza sociale come motore economico irrinunciabile. E di qui non si scappa: per far tornare i conti, qualcuno deve avere più reddito e qualcuno deve averne meno, salvo far intervenire un terzo, che sussidia la transazione, versando la differenza mancante tra costi e prezzi. Un terzo che, PER LA SINISTRA, è sempre LO STATO ! Peccato che lo Stato siamo ancora una volta NOI, cioè LORO, gli interpreti della transazione, attraverso il versamento di tasse o l’indebitamento.
Nelle economie dei giorni nostri, che sono articolate su scala internazionale, quasi mai solo locale, i fattori economici in gioco sono innumerevoli e multinazionali. Il divario reddituale si sposta dal contesto locale a quello internazionale: alcune merci possono essere consumate da tutti nel paese X, anche ai livelli inferiori di reddito, perché arrivano dal paese Y, dove il reddito medio dei produttori di quella merce è inferiore a quello dei produttori del paese X.
Oppure la produzione di quella merce richiede infrastrutture produttive non umane, macchine e impianti, e queste possono competere con la manifattura semplice del paese Y. Quindi superi il problema con l’industrializzazione spinta, ma poi scopri un inconveniente: serve di meno il contributo umano locale, che resta senza lavoro, e senza reddito.
E questo riduce la base dei consumi, quindi il mercato, quindi il fatturato, ed il reddito, di quella attività produttiva.
Siamo punto e daccapo: non abbiamo risolto nulla: il meccanismo economico si muove solo se c’è divario tra ricchi e poveri, possibilmente molti mediamente ricchi, non pochi ricchissimi, e molti mediamente poveri, ma non poverissimi.
Il differenziale di ricchezza determina la dinamica del motore economico, la sua capacità di crescita che conservi la base lavorativa umana, quindi il mercato dell’utenza, senza ridurla in povertà, ciò che farebbe calare il PIL.
Questo prima di tutto su base locale, e poi anche su base internazionale, dove il flusso delle merci può e deve essere bidirezionale, a vantaggio di tutte le utenze.
Quella che ho cercato di descrivere è LA DINAMICA DEL MERCATO, che resta tale a prescindere dagli orientamenti politici dei governi in carica nei vari paesi, che possono alterare e manipolare le dinamiche interne, con interventi statali, ma producono SEMPRE danni quanto più si allontanano dal punto di equilibrio delle dinamiche di un mercato libero, ma governato per non andare in deriva rispetto al punto di equilibrio, cosa che si verifica con i monopoli, con l’impoverimento di vaste classi sociali, con la concentrazione eccessiva della ricchezza, ecc, cec.
Conoscete qualche paese del mondo che sia stato capace di restare ancorato al suo punto di equilibrio?
Io no, e non conosco alcun paese del mondo che sia fondato per davvero su un sistema economico LIBERALE, ma governato, e non anarco-capitalista o con qualche altro ismo che lo caratterizzi.
Ing. Franco Puglia
Svolta Europea
26 ottobre 2026
